Basaglia, la malattia “tra parentesi” e la scoperta della persona

Volto di Giovanna Rubessi

L’11 marzo 2026 la Gazzetta di Mantova ha pubblicato un estratto dell’intervista a Giovanna Rubessi, Amministratrice delegata di Santa Lucia. Di seguito la versione integrale.

 

Franco Basaglia nasceva l’11 marzo del 1924, 102 anni fa, ma il messaggio che la sua pratica medica lasciò al mondo risuona forte, chiaro e urgente ancora oggi. Il grande psichiatra veneziano ispirò la legge 180 del 1978, che si ricorda come la legge che chiuse i manicomi, ma soprattutto il segno che in Italia era arrivata una nuova primavera della salute mentale. Un percorso che germoglia da Gorizia nei primi anni ‘60, dove Basaglia viene mandato a dirigere il manicomio e prende coscienza di quella che era allora la considerazione verso i malati mentali, persone senza diritti, rinchiuse per anni in luoghi non molto diversi dalle prigioni. Un esempio calzante del fenomeno ancora così pervasivo dell’alterizzazione: la società che espelle, nascondendolo, ciò che considera diverso, che non comprende e su cui fa pendere il proprio giudizio. Basaglia vede per la prima volta donne e uomini ridotti alla loro malattia, privati di ogni dignità, e fa quello che era inaudito: si avvicina e si chiede se sia mai possibile ascoltarne le parole e trovare una reciproca comprensione, sulla scorta di un’idea apparentemente folle, quella di pensare che la normalità non esiste perché «da vicino nessuno è normale». Così Basaglia mette per la prima volta “tra parentesi” i sintomi del disagio mentale e scopre l’essere umano. A questo gesto di avvicinamento seguirà quello di aprire le porte del manicomio e poi di concepire che queste persone possano uscirne. Una delle vie d’uscita che Basaglia immagina anni dopo, quando è passato a dirigere il manicomio di Trieste, è quella del lavoro: i malati psichiatrici e i loro operatori fondano una cooperativa sociale e cominciano a svolgere compiti come giardinaggio, pulizie e sgomberi, con un contratto e uno stipendio. «Le persone si applicano con dedizione perché desiderose di fare, per la prima volta, dopo tanti anni di reclusione. E grazie al fatto che queste mansioni hanno un carattere di ripetitività e richiedono una precisione che si concilia con la patologia» racconta Giovanna Rubessi, amministratrice delegata della Cooperativa sociale Santa Lucia di Asola, nata nel 1988 sulla spinta del cambiamento.

Santa Lucia fu tra le prime cooperative del mantovano ispirata alla rivoluzione di Basaglia. Cosa accadde? «All’inizio la gente non capiva il progetto di Basaglia. Far uscire i matti dal manicomio e farli lavorare? Ma il matto sei tu! Gli dicevano. Il CPS di Castel Goffredo che ne seguiva il pensiero rivoluzionario voleva capire come aveva potuto superare questo scetticismo, così l’infermiere Angelo Albertoni andò su e giù da Trieste per frequentare i corsi dell’equipe di Basaglia e capì che la cooperativa di pazienti doveva avere il sostegno di un gruppo di figure stimate sul territorio. Ecco perché Santa Lucia è nata dieci anni dopo la Legge 180, quando è riuscita a far sedere allo stesso tavolo l’avvocato, l’imprenditore che faceva da fornitore, il sindaco, il primario di psichiatria e dà lì abbiamo ottenuto la credibilità per lavorare.»

Scendiamo nel concreto. «Dovevamo capire quali pazienti avrebbero potuto reggere inizialmente due sole ore di lavoro al giorno, per poter continuare la loro terapia farmacologica a casa. Erano in condizioni molto complesse e mai sperimentate prima al di fuori dell’ospedale psichiatrico. Lavoravamo senza sconti, rispettavamo i tempi e le persone dovevano essere in ordine perché noi operatrici le controllavamo. Sentivamo una grandissima responsabilità e procedevamo per prove ed errori. Poi ogni 15 giorni incontravamo lo psichiatra e la psicologa del CPS e riferivamo progressi e cadute, perché tutti volevano capire se e come stava funzionando il progetto. Man mano leggevamo e anticipavamo i segnali di disagio, li riportavamo all’equipe medica che ci aiutava, interpellava le famiglie e magari scopriva che c’erano state delle frizioni, perché anche in casa la loro nuova autonomia non era un passo facile da accettare.»

Come avete capito che il progetto del lavoro in cooperativa stava funzionando? «Quando abbiamo confrontato il numero di richiese di supporto medico prima e dopo e abbiamo notato che diminuivano sensibilmente, così come i ricoveri perché l’attenzione giornaliera sul posto di lavoro preveniva le crisi. I medici sperimentavano le terapie e capivano che potevano ridurne i dosaggi e questo rendeva le persone sempre più vigili e capaci, alimentando un circuito virtuoso. Allo stesso tempo l’ente pubblico capiva l’enorme passo avanti compiuto nel trasformare un paziente che riceveva un sussidio in un contribuente.»

Qual è stata la chiave per creare la fiducia reciproca con i pazienti diventati lavoratori? «Ancora per prove ed errori. Abbiamo messo sul piatto tutti i nostri dubbi e abbiamo chiesto loro come potevamo aiutarli a tranquillizzarsi o farli sentire al sicuro. E poi raccontavamo le nostre fatiche quotidiane o uscivamo a mangiare la pizza insieme, esattamente come si fa tra colleghi, ma erano esperienze che loro non avevano mai vissuto ed era uno stupore continuo.»

E quando qualcuno non ce la faceva? «Avevamo molte aspettative su come l’idea nata con Basaglia avrebbe potuto rivoluzionare la vita dei pazienti psichiatrici, ma non avevamo ben compreso il senso del nostro operato come lo vedo oggi. Affrontando anno dopo anno non solo le conferme ma anche le sconfitte, come le ricadute più dolorose, abbiamo capito che il lavoro non poteva guarire la malattia mentale, ma poteva dare alle persone una qualità di vita diversa in mezzo agli altri, quella che aveva immaginato Basaglia.»

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