Accoglienza e protezione: condivise ed integrate in etnopsichiatria

Markèta Hulitovà – Direttrice Equitè Centro Multidisciplinare dell’Immigrazione della Cooperativa S. Lucia e Direttore progetto Sprar dell’Unione Lombarda dei Comuni di Piadena e Drizzona

Quando mi si chiede di intervenire sulle reti dei servizi, ne sono molto contenta, perché la costruzione delle reti sociali funzionali è la mia grande passione, ma anche il mio metodo di lavoro. E’ la base della progettazione di ogni azione nel settore sociale e soprattutto in un campo così delicato come la gestione dei richiedenti protezione internazionale.
Gli interventi del prof. Montecchi e del prof. Inglese sulle modalità di presa in carico integrata dei richiedenti asilo supportano le azioni condivise e attuate all’interno del nostro CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria – sistema di accoglienza di I° livello), dando conferma che la linea da seguire sia quella giusta.

I due esperti ribadiscono l’importanza della costruzione di un’équipe multidisciplinare e l’obbligo di conoscere la cultura dell’altro, come fondamentali per la buona riuscita della presa in carico. Il nostro CAS, parte del progetto Equité della Cooperativa S. Lucia, è stato impostato fin da subito con questi strumenti richiesti obbligatoriamente agli SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati – sistema di accoglienza di II° livello).

A mio avviso, l’impostazione dello SPRAR applicata anche ai CAS è l’unico modo efficace per ambire alla valorizzazione dell’altro.
Con questo tipo di organizzazione e progettazione si propone al beneficiario un percorso di prospettive concrete attraverso i servizi che migliorano la sua integrazione sul territorio che lo accoglie.

La struttura rigida con la divisione dei singoli ruoli all’interno dello SPRAR generalmente non è ben vista e compresa all’interno del progetto di accoglienza nei CAS.
Infatti, spesso è considerata più una burocratizzazione del meccanismo piuttosto che una grande risorsa organizzativa e professionale.
All’interno dei centri CAS gli enti gestori tendono a fare tutto da sé e in alcuni casi s’improvvisano ad esercitare le professionalità degli altri.
Per esempio un operatore sociale ricopre nello stesso momento anche il ruolo di alfabetizzatore linguistico, operatore legale, accompagnatore giuridico, mediatore linguistico culturale, amico, coordinatore e così via, secondo le necessità del momento.

Questo crea una grande confusione dei ruoli, in chi li esercita e nei beneficiari che non capiscono a chi rivolgersi e in quale momento. Inoltre questa gestione provoca dei rallentamenti e delle problematiche nella realizzazione dei diversi compiti.
E’ molto importante invece, che ogni operatore trovi la sua passione e che la sviluppi in un ruolo specifico, dedicando energie nello studio e nella ricerca e dandogli continuità. Anche perché altrimenti si perde la professionalizzazione progressiva del settore che viene interrotta nell’acquisire di continuo nuove competenze di professionalità diverse.Inoltre gli operatori “tutto fare” perdono la loro credibilità e affidabilità  professionale agli occhi dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale.

Tra le figure indispensabili che permettono di realizzare una buona accoglienza vi è il mediatore linguistico culturale che svolge un ruolo fondamentale. Questa figura purtroppo si sta disperdendo negli anni. Ad oggi è difficile trovare mediatori sul nostro territorio formati e che ricevono una formazione continua.
Per diventare un mediatore linguistico culturale serve molto tempo, bisogna avere un livello di integrazione storica, culturale e sociale tale da poter cercare un equilibrio tra due mondi che faticano a comprendersi, quello di origine e quello in cui ci si trova.

La figura del mediatore linguistico culturale va rispettata e coltivata, garantendogli non solo una formazione, ma anche una supervisione continua. Per quanto riguarda il tema dei servizi psichiatrici e gli enti locali, bisogna ricordare che la funzione del servizio demografico è degli Enti locali e consiste nel monitorare e registrare tutte le presenze sul territorio del proprio comune.

Non mi allarmerei subito sul discorso che il decreto Salvini vuole toglie la residenza e quindi in questo modo viene meno l’obbligo di presa in carico dei richiedenti asilo presenti sul territorio, perché nemmeno la mancanza dell’effettiva residenza esime gli Enti locali dall’obbligo di presa in carico dei casi vulnerabili, minori, donne o famiglie in stato di disagio sociale/psichiatrico o di sicurezza.

Bisogna ricordare che in questo momento il decreto Salvini non è ancora in vigore. Dovrà seguire un iter giuridico e solo una volta approvato dopo 60 giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale con i decreti applicativi sarà effettivo. Voglio raccontare l’esperienza nel nostro CAS con due casi psichiatrici.

Gestendo queste due situazioni simili, ma nello stesso tempo molto diverse, abbiamo eseguito esattamente ciò che è stato illustrato dal prof. Montecchi e il prof. Inglese, i due esperti in etnopsichiatria. Insieme alla psicologa transculturale, presente nella nostra équipe multidisciplinare interna, accorgendosi fin da subito del disturbo del beneficiario, abbiamo avviato un lavoro di collaborazione con il medico di base e con il servizio della psichiatria di Castiglione delle Stiviere e di Castel Goffredo.

E’ importante che nel tavolo e nella rete di servizi attivata per la gestione dei casi psichiatrici sia presente anche l’Ente locale, altrimenti tutto il lavoro diventa inutile. In questi due casi purtroppo il servizio sociale dell’Ente locale di riferimento non si è espresso e non ha risposto alle richieste di appuntamento. Come se ci fosse una mano invisibile dall’alto che dicesse:
“Non prendertelo perché è un problema”.

Questo risulta una mancanza profonda del servizio perché i nostri richiedenti asilo e i beneficiari sono regolarmente soggiornanti e residenti presso il nostro comune, quindi hanno il diritto di ricevere tutta l’assistenza necessaria. La collaborazione con il servizio sociale della Prefettura è molto intensa e proficua, ma non sufficiente, perché se manca l’intervento del Comune non si può applicare il percorso di presa in carico idoneo.

L’ente gestore dei CAS per quanto sia bravo, arriva a seguire la situazione di questi casi fino ad un certo punto: riconoscendo le problematiche del richiedente asilo o del beneficiario, segnalandole alle autorità competenti e instaurando una rete di collaborazione. Il progetto di accoglienza integrata è funzionale solo se tutto il meccanismo si attiva e non cessa con l’uscita del soggetto dal Centro di accoglienza. Ciò che si verifica oggi è l’uscita del soggetto vulnerabile dal CAS, perché giustamente non risulta un luogo idoneo per le sue problematicità.

Tuttavia, nello stesso tempo non viene accolto e preso in carico nelle strutture competenti in quanto sul territorio nazionale i posti disponibili sono veramente limitati in rapporto alla richiesta sempre più crescente, ma soprattutto perché a monte non vi è la volontà di riconoscere pienamente la situazione e di applicare le dovute azioni. Il risultato finale è che al soggetto vulnerabile viene revocata l’accoglienza dal Centro, ma che rimarrà comunque sul territorio senza una fissa dimora, perché non ha altro posto in cui andare.

Un ragazzo psichiatrico di un certo livello patologico che non riceve le cure adeguate non è pericoloso solo per se stesso, ma anche per gli altri e poiché parliamo sempre di sicurezza, bisogna finalmente attivare le reti formali di collaborazione con le responsabilità che ne derivano.

In un mio articolo di tre anni fa, ho scritto, che delle volte come terzo settore mi sento uno strumento “usa e getta” dello Stato, che viene attivato e spento da un giorno dell’altro a seconda delle necessità e delle volontà politiche, senza pensare ad una vera strutturazione del sistema. Mi chiedo dunque le persone delle quali ci siamo presi cura nell’accoglienza e nell’integrazione dove finiranno, se non c’è un pensiero lineare e costruttivo?

Le nostre professionalità costruite in questi ultimi quattro/cinque anni, che fine faranno? Infine pongo un’ultima domanda. Nel decreto Salvini, che prevede i CARA, ovvero grandi strutture che possono contenere 300 persone, privi di servizi, che ad oggi sono garantiti nei CAS, e in attesa di un riconoscimento giuridico senza sapere quando questo avverrà e quindi privi di ogni possibilità di costruire qualcosa con la ricerca del lavoro

Quali reazioni emotive e psicologiche ci possiamo aspettare da queste persone?
Quale impatto sociale possono avere sul nostro territorio?

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